domenica 13 dicembre 2009

Articoli: Il riuso delle aree industriali dismesse tra sostenibilità e progettazione

di Maristella Bergaglio

Le aree dismesse, in virtù della molteplicità di significati che incarnano, costituiscono un indicatore delle dinamiche passate e di sviluppo futuro del territorio, ma anche delle volontà di intervento e delle capacità di coordinamento e gestione tecnica, programmatoria ed economica delle amministrazioni locali, delle le forze sociali, degli enti territoriali provinciali e regionali.
Il riutilizzo delle dismissioni industriali viene visto, oggi, anche come un’occasione per intervenire sul tessuto urbano per rispondere alle nuove esigenze di salvaguardia ambientale e ripensare il territorio in prospettiva sostenibile. Questo interesse, in un primo tempo limitato verso il recupero degli edifici storici delle città, si è andato via via estendendo ai luoghi abbandonati dalla produzione in cui il problema del riuso diviene sempre più rilevante soprattutto la dove le aree dismesse costituiscono un patrimonio irrinunciabile di spazio. Le aree dismesse sono inoltre un innegabile opportunità per l’applicazione di una strategia di sostenibilità in quanto parti del patrimonio territoriale inteso come milieu ossia come complesso di valori culturali, sociali, produttivi, ambientali, artistici e urbanistici. Il loro riuso risponde, inoltre, alla necessità di avviare un processo di cambiamento nello sfruttamento delle risorse che il territorio stesso offre anche in termini di spazio fisico, accessibilità infrastrutturale e vocazione produttiva in modo da accrescere e valorizzare il patrimonio territoriale che sarà trasmesso alle generazioni future.
Il modello di crescita industriale tradizionale considerava il patrimonio territoriale e ambientale un’esternalità nel calcolo costi-benefici, riducendolo a supporto fisico delle attività economiche e come tale sacrificabile alla logica del vantaggio. Questo processo ha spesso portato implicitamente o esplicitamente alla distruzione di culture, di identità, di sistemi produttivi locali, di paesaggi e di beni culturali ed ambientali ormai irrecuperabili. Ora, la possibilità di riutilizzare gli spazi della produzione abbandonati, dovrebbe consentire di avviare un nuovo paradigma di sviluppo del territorio che, al contrario di quanto accaduto in passato, sia inteso a valorizzare le identità peculiari e le potenzialità produttive dei luoghi, prendendo avvio proprio da quegli spazi che, simboli di un’identità ormai perduta, possono divenire uno strumento importante per la sostenibilità locale.
Poiché si ritiene che una strategia di sviluppo locale sostenibile debba fondarsi su regole virtuose di relazione tra insediamento umano e ambiente, che si realizzano attraverso processi di autogoverno, in cui la società locale si deve rendere responsabile della valorizzazione del proprio territorio, appare di fondamentale rilevanza che i progetti di riuso si sviluppino attraverso un percorso partecipativo in cui una pluralità di attori individuano interessi comuni nella valorizzazione delle risorse del territorio riconosciuto come bene collettivo.
Nel promuovere la sostenibilità locale è infatti necessaria la partecipazione efficace dei cittadini sia nella fase di pianificazione sia, successivamente, in quella del controllo, secondo il principio di equità intesa come la ripartizione dei costi-benefici tra i cittadini. Solo la considerazione dei bisogni degli attori più deboli e delle necessità delle generazioni future garantisce, infatti, la sostenibilità, contro lo sfruttamento delle risorse umane e materiali da parte degli attori forti, inducendo comportamenti di controllo sociale e promuovendo il rispetto della salvaguardia ambientale e della qualità territoriale.
La riqualificazione delle aree dismesse, soprattutto in contesti di particolare interesse strategico è anche sintomo della capacità di un sistema locale di partecipare alle opportunità di innovazione del tessuto fisico e della propria struttura economica attraverso la crescita dei poteri e delle competenze delle municipalità e dei governi locali. Le aree dismesse, soprattutto quando sono molto estese o interessano più comuni o sono gravate da problematiche di bonifica che coinvolgono più soggetti istituzionali, consentono il passaggio dall'ottica della pianificazione delle città al governo partecipato delle reti urbane.
La nuova prospettiva entro cui si sviluppano i progetti di recupero tende, dunque, ad assumere un significato più ampio che va oltre l'interesse locale attraverso il coinvolgimento sempre più stretto di più enti. Si è evidenziato, infatti, come le aree dismesse costituiscano un'opportunità per sviluppare progetti, affrontare problemi e processi di sviluppo a scala sovracomunale, sviluppare sensi di appartenenza a una realtà più ampia di quella locale e dunque come siano un'occasione e uno strumento di promozione della cooperazione tra istituzioni ma anche tra individui. Inoltre questa nuova visione d'insieme consente un più diretto coinvolgimento delle reti urbane con il contesto competitivo internazionale europeo. Nel promuovere lo sviluppo locale sostenibile è, infatti altrettanto importante il principio di sussidiarietà, ossia la capacità da parte degli attori coinvolti di verificare che le azioni da intraprendere a livello locale siano giustificate rispetto alle possibilità offerte a livello regionale e nazionale attraverso la cooperazione di tutti i livelli territoriali sotto forma di concertazione.
Ma così come il riuso delle dismissioni rappresenta un'opportunità, allo stesso tempo occorre non sottovalutare le enormi difficoltà che un progetto di riqualificazione comporta. Infatti, anche se si mantengono le apparenze formali, architettoniche, di qualità e di conservazione di strutture e di materiali e manufatti, occorre non cadere nel pericolo della banalizzazione delle scelte introducendo, nei luoghi recuperati, attività che ne snaturano o banalizzano il senso e l'identità. Solo in alcuni casi si rilevano nel contesto metropolitano milanese iniziative in cui dalla semplice destinazione d'uso stabilita dal Piano Regolatore si passa ad un vero e proprio "investimento culturale" a lungo termine in un sito.
Occorre innanzitutto sviluppare progetti di riuso che tengano conto dei possibili conflitti che possono emergere a livello locale tra i fruitori del luogo, le necessità dell’amministrazione pubblica e gli interessi della proprietà favorendo la partecipazione attiva di tutti gli attori coinvolti nel progetto di pianificazione. Il successo delle politiche di riuso e di riqualificazione non può e non deve essere, infatti, solo un successo immobiliare, dove ritorno economico può compromettere il significato dei luoghi che può essere invece compreso solo attraverso una sensibilità collettiva storica e culturale di difficile acquisizione.
Se gli spesso diffusi fenomeni di “bricolage urbanistico”, ossia l’attivazione di processi di autocostruzione, adattamento, riorganizzazione degli spazi ex-industriali obsoleti da parte di iniziative imprenditoriali minute, può creare un sistema articolato, individuale, cooperativistico, volontario, di prestazione di servizi strettamente intessuto nel contesto sociale e da esso generato, tuttavia, si fa sempre più chiara l’esigenza di una progettazione del riuso di più ampio respiro.
Occorre, infatti, affrontare i progetti con una strumentazione teorico-tecnica transdisciplinare che consenta di affrontare tutti i diversi momenti del processo di recupero: dalla stima della sua fattibilità, alla progettazione, alla ricognizione dell’area e della trama sociale e storica nella quale si inserisce, fino a valutare gli aspetti percettivi e simbolici che la dismissione ha assunto nelle mappe mentali di coloro che ne vivono quotidianamente la presenza.
La difficoltà maggiore nella progettazione per il riuso, infatti, sta proprio nell’individuare quei fattori di “vocazionalità” di un’area che, riassumendo in sé tutti gli aspetti caratterizzanti del sistema locale, ne costituiscono l’identità più profonda. Allo stesso tempo le politiche urbanistiche di riuso, devono sempre più uscire da una logica episodica di elaborazione di progetti su singoli ambiti territoriali particolarmente appetibili per localizzazione e valore immobiliare ma devono costituire un aspetto integrato nella pianificazione del territorio e nella progettazione della sostenibilità locale.
Non sempre, infatti il riuso delle aree dismesse si realizza in una logica integrata di riqualificazione nel senso di valorizzazione e recupero dei manufatti industriali esistenti attraverso il riconoscimento del loro valore "in sé". In molti casi, infatti, qualora l'area superi la soglia del disinteresse, si cerca una riutilizzazione a tutti i costi che spesso porta a una ulteriore "cannibalizzazione", e allo svuotamento di significato dei luoghi. E’ il caso delle grandi aree riutilizzate solo in funzione dei loro spazi e dei loro volumi, divise tra numerosi occupanti per usi anche temporanei come depositi o parcheggi, con gravi perdite di identità ed ulteriore degrado, fino, in alcuni casi, alla completa cancellazione dei segni del passato. Questo nella prospettiva di eliminare "luoghi problematici", legati anche a situazione di degrado sociale, segregazione o devianza.
Spesso, infatti ci si riferisce alle aree dismesse come "spazi vuoti", pensati tali perché non riempiti dalle pratiche di vita e di lavoro dell'uomo, ma che in realtà, come ci ricorda sempre Calvino, non sono affatto vuoti perché del lavoro e delle azioni degli uomini contengono il passato "come le linee di una mano". Occorre dunque sottolineare la necessità di garantire un inserimento naturale nel milieu locale delle aree da riutilizzare, e, attraverso un processo di integrazione non solo morfologica ma anche identitaria, legare il nuovo prodotto al contesto esistente affinché la città e i suoi abitanti se ne riapproprino e non si ritrovino, come spesso accade, con un nuovo “oggetto”, un “nuovo spazio” ad essi altrettanto estraneo.
Spesso, infatti, le aree dismesse vanno ad inserirsi in processi di “riurbanizzazione selettiva” in cui un’intensa domanda di aree e strutture per attività terziarie superiori o per la residenza qualificata forma vistose iniziative immobiliaristiche avulse dal contesto locale e spesso “chiuse” fino all’evidenziarsi sul territorio di chiare differenziazioni sociali, “ghetti” accompagnati da processi di “instant gentrification”. Inoltre il rischio di un’eccessiva terziarizzazione o di soluzioni monofunzionali è quello di pregiudicare la flessibilità di lungo periodo del sistema urbano con il rischio di un irrigidimento del sistema locale che non è più capace di adattarsi al mutare delle situazioni e può subire una veloce obsolescenza.
In questo senso da più parti si tende a dare sempre maggiore importanza all’ “autoreferenzialità dei luoghi”, ossia ad una valutazione delle aree dismesse che tenga conto delle complesse relazioni che intercorrono tra le varie possibilità di riuso, del sistema locale inteso come sistema complesso e della capacità dei luoghi stessi di agire come significanti per il loro ruolo di testimonianza e memoria della storia.


Maristella Bergaglio

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