domenica 28 febbraio 2010

Articoli: L'epidemia dimenticata: la Spagnola

di Maristella Bergaglio

L’epidemia di “Spagnola” che colpisce il mondo tra l’autunno del 1918 e la primavera del 1919 può essere considerato l’evento pandemico più spaventoso dopo la peste nera del 1348. Tuttavia, la Spanish Flu, che costa al mondo, secondo le stime, dai 20 ai 40 milioni di vite umane, un numero di vittime superiore a quelle imputabili alla II Guerra Mondiale, viene censurata e negata nell’immediato e, in seguito, completamente rimossa dalla memoria collettiva. Questo rappresenta un’anomalia rispetto ad altri eventi epidemici, non solamente quelli storicamente datati e variamente celebrati nella letteratura e nell’arte, ma anche, se ci riferiamo esclusivamente al caso italiano, a recrudescenze periodiche di malattie ben conosciute ed endemicamente diffuse come il colera o la tubercolosi di cui la letteratura scientifica medica si è diffusamente occupata. Infatti, nella letteratura del tempo, l’unico riferimento alla Spagnola che possiamo ricordare è contenuto in una novella di Marino Moretti dal titolo “L’amica malata” ma neppure successivamente sono facilmente rintracciabili richiami all’epidemia. 
Questo atteggiamento sembra collocarsi perfettamente il quello che potremmo definire come il destino di negazione cui la Spagnola è andata incontro sin dal suo apparire sulla scena epidemiologica mondiale nell’ambito di una “congiura del silenzio” che coinvolge scrittori, poeti, giornalisti e storici. Ad alimentare il processo di oblio di un periodo doloroso e terrorizzante, contribuisce, senza dubbio, l’euforia per la fine della guerra. Dal 4 novembre in poi, infatti, nonostante l’epidemia sia ancora ben lontana dal concludersi, sulla stampa milanese i riferimenti all’influenza diventano sempre più stringati e dalla metà di novembre spariscono quasi del tutto: solo il Corriere della Sera tornerà a parlare dell’influenza nel gennaio 1919 di fronte al perdurare della crisi epidemica che, seppure in fase calante, continua a mietere vittime ma senza attirare l’attenzione dei lettori e, comunque con toni pacati e rassicuranti. Sul fronte della statistica ufficiale, l’atteggiamento di volontaria negazione degli eventi legati alla Spagnola è ancora più evidente tanto che in un approfondimento molto lungo e ricco di riflessioni sui fenomeni morbosi verificatisi durante la guerra e pubblicato sul Bollettino mensile di Cronaca amministrativa e di statistica del comune di Milano nel settembre del 1919, l’epidemia influenzale del 1918 non viene nemmeno citata.
Tra le ragioni più convincenti, suggerite dagli studiosi del perché la memoria collettiva abbia così presto e velocemente rimosso il ricordo di questo tragico evento, vi è la tesi secondo cui, la rapidità con cui fu dimenticata la pandemia influenzale del 1918 va attribuita alla volontà di contenimento e controllo della psicosi collettiva svolta dalla censura militare che in Italia, così come in tutti i paesi belligeranti, controllava la circolazione di notizie evitando di diffondere informazioni capaci di creare il panico.
Non è possibile escludere del tutto che si tratti del tentativo dei contemporanei di rimuovere ricordi troppo dolorosi da sopportare oppure la conseguenza di una sorta di assuefazione alla morte, tuttavia bisogna ammettere che nel processo di generale oblio abbia contribuito l’abitudine al silenzio del lutto privato in cui vengono relegate, sin da subito, le morti. Durante l’epidemia di Spagnola, infatti, uno dei primi provvedimenti presi dalle amministrazioni cittadine compresa Milano è quello di vietare le manifestazioni pubbliche di lutto come il rintocco delle campane e l’esposizione dei paramenti funebri ai portoni delle abitazioni e dei palazzi di città.
A deporre a favore di un rapido processo di superamento dello shock epidemico depone anche il fatto che la Spagnola si presenta come una malattia caratterizzata da una fase acuta che passa molto rapidamente, per l’alta contagiosità del virus, e sparisce senza lasciare focolai di tipo endemico.
Nel valutare le motivazioni, che certamente concorrono a far dimenticare la pandemia influenzale, occorre, inoltre, prendere in considerazione il fatto che sin dal suo esordio e, paradossalmente anche durante il picco epidemico, la Spagnola viene considerata dai medici e dai mezzi di comunicazione esclusivamente come una normale influenza e quindi di una “non-malattia”. Questo presupposto, mai negato del tutto, fa si che, data la “benignita” implicita del morbo, tutte le misure adottate dalle autorità sanitarie debbano essere considerate perfettamente adeguate al caso e che quindi, la morte delle persone contagiate, debba essere esclusivamente la conseguenza di una negligenza personale dei morti stessi e delle loro famiglie. In Italia, di fronte all’impossibilità di trovare una spiegazione a ciò che accade, le autorità adottano la logica perversa del blaming the victim.
Infatti, durante i sei mesi in cui a Milano infuria il contagio, assistiamo ad un processo di diffusione delle notizie e dei dati relativi all’andamento della malattia mediato da un filtro semantico che non solo agisce sulla realtà dei fatti modificandola o tacendone le effettive dimensioni, ma che ne traspone il significato attribuendo la colpa degli aventi ai cittadini stessi. Nel tentativo di minimizzare la gravità della malattia e, implicitamente, negare l’epidemia stessa, si evita di descrivere i sintomi ed il decorso della malattia, si sorvola sull’inefficacia dei provvedimenti di sanità pubblica, spesso contraddittori e controproducenti e si orienta con insistente certezza l’opinione pubblica verso l’idea che le cause dei decessi siano da ricercarsi non tanto nella natura del morbo, ma nella negligenza delle vittime stesse nella scarsa l’igiene personale dei malati e delle loro abitazioni.
La spagnola, dunque, viene presto dimenticata dai contemporanei,perché non c’è motivo di ricordare o celebrare una malattia comune, non esotica, non straordinaria e neppure di interesse per la medicina. Una semplice influenza ha causato tanti decessi solo perché la popolazione ha disatteso o ignorato le indicazioni preventive dei medici, e, dunque secondo il sentire del tempo, coloro che sono morti non possono essere celebrati come sono eroi e neppure come vittime.


Maristella Bergaglio

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