di Amanda Ferrario
Gulu si trova in Uganda. Una zona del nostro pianeta poco conosciuta e molto difficile da vivere. Prima della guerra civile che sta devastando questa regione, Gulu era una zona ricca di risorse e di agricoltura, una zona dell’Africa in cui nessun abitante aveva mai sofferto la fame. Ora, dopo 25 anni di paura e di guerriglia armata, abbandonata al suo destino, Gulu è l’anticamera dell’Inferno.
Gulu si trova in Uganda. Una zona del nostro pianeta poco conosciuta e molto difficile da vivere. Prima della guerra civile che sta devastando questa regione, Gulu era una zona ricca di risorse e di agricoltura, una zona dell’Africa in cui nessun abitante aveva mai sofferto la fame. Ora, dopo 25 anni di paura e di guerriglia armata, abbandonata al suo destino, Gulu è l’anticamera dell’Inferno.
A sole 4 ore da Kampala è una delle zone più pericolose del pianeta dove essere bambini significa essere prede, braccati dalla fame, falcidiati dalle malattie, devastati dai ribelli della LRA (Lord’s Resistance Army). Crescere è la cosa più difficile che un bambino possa fare, sopravvivere, a volte, è peggio che morire. Questa regione è abitata dagli Acholi, ch vantano una tradizione guerriera fin dalla loro storia precoloniale. Dopo l’indipendenza e il primo governo di Obote, l’armata dell’esercito ufficiale è ancora pieno di Acholi. Nel 1971 Amin spodesta Obote ed inizia per l’Uganda un periodo difficile e molto travagliato. Amin è musulmano e di etnia kakwa e teme la possibile reazione degli Acholi fedeli ad Obote, per questo li confina nelle caserme e comincia una strage di civili che non è ancora oggi terminata. Nel 1979 Museveni costringe Amin e i suoi alla fuga e loro riparano in Sudan. Quindi, dopo diverse e discusse presidenze a interim, torna a governare Obote. Inizia una guerra senza quartiere tra i personaggi più rappresentativi degli eserciti: Obote, Museveni e Okello per la presidenza del Paese. Nel 1986 Museveni assume il controllo ma la guerriglia è continua e le armate che sconvolgono l’Uganda assomigliano più bande di ribelli e di saccheggiatori che ad eserciti regolari.
Nel 1986 una fanciulla, Alice Lakwena, convinta di possedere grandi poteri medianici, raduna intorno a sé un esercito che chiama Holy Spirit Moviment. Il braccio armato ed estremamente pericoloso di questo movimento di fanatici ispirati da Alice è Joseph Kony comandante del gruppo di ribelli della LRA. Questo gruppo di ribelli e di fuggiaschi agisce nell’ombra muovendosi tra l’Uganda e il Sudan, rapisce i bambini per farne dei soldati, stupra le bambine e le trascina nella boscaglia per farne delle schiave, fa strage di uomini e donne Acholi per stroncarne lo spirito e annientarne l’anima. Esistono in Uganda generazioni di bambini rubati che vengono rapiti nei villaggi, fatti prigionieri nelle loro case e trascinati nella boscaglia per trasformarli in ribelli. Chi non ce la fa a sostenere la marcia viene ucciso. Chi non riesce ad adattarsi alla vita di stenti e di violenze viene ucciso. Non si usano pallottole per questi bambini. Vengono ammazzati come bestie a bastonate fino a quando non giacciono stremati e agonizzanti. E non sono i ribelli della LRA a compiere questi assassinii. Sono altri bambini, costretti ad ammazzare per non essere ammazzati. Il terrore si combatte con il terrore. A Gulu essere rapiti dai ribelli significa essere inghiottiti in un buco nero.
Qui non ci sono le missioni di pace, non c’è alcun contingente di caschi blu. Non ci sono gli inglesi che hanno colonizzato l’Uganda per anni. Ci sono solo pochi uomini e donne che tentano di sostenere la popolazione locale. C’è AMREF, ci sono i Comboniani. C’è un ospedale fondato da Pietro Corti e dalla moglie e sostenuto dalla pazienza e dall’amore dei suoi medici. E poi la gente che vive nei campi di accoglienza per sfuggire alle razzie compiute dai ribelli nei villaggi. Nel distretto di Gulu non esistono più campi coltivati, tutto è devastato dalla guerra e dalle mine. I campi, costruiti dall’esercito regolare per accogliere le persone che cercavano rifugio dopo la distruzione dei villaggi, non sono più sufficienti a sostenere le necessità del numero crescente delle persone ospitate al loro interno. Le condizioni igienico-sanitarie sono assai precarie. Le latrine a cielo aperto si riempiono troppo velocemente e non sono sufficienti per tutti. In questi campi, 3 persone su 4, espletano i lori bisogni fisiologici a cielo aperto. I pozzi sono pochi e spesso distanti chilometri gli uni dagli altri. L’acqua potabile a disposizione dei civili è di circa 5 litri a nucleo famigliare al giorno. Quest’acqua, che deve essere trasportata a mano dal pozzo alla capanna, deve essere sufficiente per bere, cucinare e lavarsi. Inoltre nei campi l’ozio forzato e il senso di precarietà della vita rendono pericolosi gli uni per gli altri gli stessi abitanti. Le donne sono quelle che più di tutti sono costrette a subire i soprusi e le violenze, non solo dei ribelli ma anche nel campo stesso.
L’incidenza delle malattie è più alta che in tutta l’Africa, l’HIV è di 6 volte superiore alla media. Ma si muore per molto meno. La malaria, la tubercolosi, il colera, una semplice influenza. Ed Ebola. Ebola ha fatto la sua comparsa nel 2002 e nel giro di pochi mesi la sua violenza ha falcidiato circa 300 persone, è tra le più terribili epidemie di questo tipo che siano mai state registrate. È stato solo grazie alla prontezza di Matthew Lukwiya, medico delfino di Corti, che ha mandato tempestivamente ad analizzare dei campioni in Sudafrica, che l’epidemia è stata identificata e prontamente, ancorchè senza medicine, circoscritta e curata. È stata la prima volta che un ospedale si è fatto carico di ospitare e curare i malati. Lo stesso Matthew Lukwiya è morto. Ebola è un virus ancora poco conosciuto, non si conosce l’origine della malattia e nemmeno l’entità scatenante. Si sa che è mortale in quasi tutti i casi e si sa che per lei non esistono cure. Agisce provocando febbri emorragiche che annientano gli organi interni e provocano fuoriuscite di sangue da ogni orifizio, occhi compresi. Il sangue è il maggior veicolo di infezione. La drammaticità del virus e la forza del contagio rendono Ebola uno dei flagelli più temuti.
Dopo l’epidemia del 2000 nel distretto di Gulu molti dei sopravvissuti al virus, in particolare donne, sono stati allontanati dalla comunità di appartenenza perché visiti con sospetto dagli altri abitanti del villaggio. Si crede fortemente nella magia, anche in quella nera, e essere sopravvissuti ad un contagio del genere dà adito a facile credenze popolari.
Gulu è oggi un girone dell’Inferno in cui bambini che hanno pochi anni (dai 5 ai 15) sono costretti ogni sera poco prima del tramonto a lasciare la loro casa e il loro villaggio per andare in città e dormire nelle piazze, nei sagrati davanti alle Chiese, nei cortili dell’ospedale per evitare il rischio di essere catturati dai ribelli durante la notte ed essere rapiti. Questo fenomeno viene chiamato Nights Commuters, sono sempre di più i bambini e le bambine che ogni sera affollano le strade e riempiono le piazze. Qualcuno tiene per mano i più piccoli, qualcun altro qualche radice da mangiare una volta arrivati in città. E al mattino lo stesso sciame di bambini torna ai villaggi. È diventato così pericoloso muoversi che molte famiglie non mandano più i loro figli a scuola per paura che vengano rapiti durante il tragitto. Nelle città affollate di notte da questi bambini l’incidenza delle malattie e delle infezioni è altissima.
E se qualcuno, dopo essere stato rapito, ha la fortuna di sfuggire, di essere liberato o di essere abbandonato, quando torna al villaggio spesso viene allontanato. I genitori preferiscono, a volte, sapere i loro figli morti che dover assistere ai racconti degli orrori subiti e commessi dagli stessi. Il reinserimento nella società è difficile e molto lento. Questi bambini sono spesso mutilati nel fisico e devastati nell’anima. Negli occhi il terrore è diventato indifferenza.
Vivere a Gulu significa dover guardarsi continuamente le spalle, fare i conti con la morte ad ogni secondo della propria esistenza, non potersi muovere liberamente e dover stare attenti alle mine disseminate ovunque. La vita è talmente precaria che generare figli è una necessità dettata dallo spirito di sopravvivenza. Una donna genera mediamente 7-8 figli, ma in questa regione abbandonata da tutti difficilmente più di 2 sopravvivono.
Amanda Ferrario
Amanda Ferrario
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